Vuoi conoscere il Fondatore della Famiglia Missionaria della Redenzione?

Pubblicato giorno 18 giugno 2020 - Senza categoria

Padre Achille

Vuoi conoscere il Fondatore
della Famiglia Missionaria della Redenzione?

Il Missionario che non partì mai

(Dall’introduzione della biografia di P. Giuseppe Buono)

Ho conosciuto Don Achille Corsato nella sua residenza “Casa Regina delle Missioni”a  Rovigo.

Ricordo ancora il suo volto che mi salutava: era diafano più del solito e non riusciva che a guardarmi con occhi pieni di attenzione e di pietà. Mi aveva già impressionato la sua figura esile ma decisa e un sorriso che vagava eternamente sulle labbra. Avevo parlato ovviamente di missione e, in particolare, del Movimento Giovanile Missionario delle Pontificie Opere Missionarie. Era stato proprio il Movimento giovanile a mettere in contatto noi due e poi me con le Missionarie della Redenzione e i giovani della Diocesi di Adria-Rovigo che lui, Direttore dell’Ufficio Missionario, inviava ai Convegni Nazionali che io organizzavo a Roma o altrove. Non lo rividi più, ma non lo lasciai più con la memoria e la preghiera.
Un giorno seppi che era morto e, quasi istintivamente lo invocai. Mi era tenuto in discreto contatto con le Missionarie della Redenzione. Improvvisamente, l’hanno scorso mi chiesero di scrivere la biografia di Don Achille Corsato. Non mi sentivo di dire no, nonostante i molti impegni.,. Accettai, perché il volto diafano di quel prete di Rovigo mi era rimasto vivo nella mente e nel cuore. Inoltre mi resi conto ancora più chiaramente che don Achille era un appassionato delle Pontificie Opere Missionarie, nella cui Direzione Nazionale io avevo lavorato per anni e aveva sempre sostenuto la causa del Movimento Giovanile Missionario, che avevo fondato nel 1972. Allora capii che dovevo, attraverso l’esperienza di Don Achille Corsato, riproporre a tutti la missionari età del Concilio Vaticano II, di Giovanni XXIII, di Paolo VI e specialmente di Giovanni Paolo II, che erano state le fonti di ispirazione di don Achille. Poi c’era il gioiello della sua vita missionaria: la Famiglia Missionaria della Redenzione, che andava proposta a tutti con il suo carisma tanto urgente e attuale. Soprattutto capii  che don Achille era un santo e quindi il mio dovere era quello di far conoscere alla Chiesa questa santità missionaria.

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Don Achille, uomo di Dio

A Montemerlo – Padova (Colle Euganei) il 16 giugno 1940, Achille Corsato, 24 anni, nato il 14 febbraio 1916, celebrò la sua Prima Messa. Era un giovane fragile, semplice, umile e mite, nato da una famiglia di gente laboriosa, seria che lavorava nelle cave di trachite e nei campi.
Don Achille, appena ordinato ministro dell’Eucaristia e sacerdote in eterno, celebrò all’altare dell’antica chiesa del paese costruita nell’anno mille. Fu il quinto sacerdote dato alla Chiesa della sua famiglia.
Fu proprio la famiglia che gli trasmise la fede genuina, semplice ed il senso morale testimoniato dalla vita e dalle azioni. Oggi ne è segno la lettera che la madre Albina scrisse qualche messe prima della sua ordinazione: “Carissimo figlio di Gesù e Maria”, lei aveva già proclamato, come Maria, l’atto di fede e compiuto l’offerta della sua maternità davanti al Signore e lì esprime la gioia di poter partecipare al mistero del dono sacerdotale del figlio.
Nella stessa lettera ripercorre le tappe della sua formazione, tempo di preghiera, sacrificio e attesa, ma anche di solitudine perché fu presente sempre e solo con il cuore agli eventi di tonsura e diaconato: è gioia evangelica permeata da rinuncia.
Anche il figlio respirò questa solitudine e le vere radici della sua dimensione di sacerdote missionario sono in questo tessuto di esperienza familiare apparentemente dura, ma che rende capaci di donazione totale di sé, perché questo chiede l’amore di Cristo.

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Una famiglia cristiana

La sorella Amerinda  raccontò alla figlia Luciana che, nonna Albina, fu donna sinceramente religiosa e l’intensità della sua preghiera era tale che non si accorgeva di chi le stava accanto.
L’ordinazione del figlio la appagava fin nell’intimo delle viscere: lei fu l’ombra discreta e onnipresente che lo rassicurava e la fonte d’amore umano puro che garantiva la sua vita di sacerdote.
Albina aveva sposato Cesare Corsato e dato alla luce 13 figli, ma solo 4 sopravissero: Achille Amerinda, Gioconda e Domitilla.
Insieme al marito aveva gestito una piccola osteria e fu sempre attenta a che gli avventori usassero un linguaggio corretto e rispettoso. Per prima colse i segni della vocazione del figlio, il quale amava frequentare la parrocchia per attività di animazione.
Papà Cesare voleva aprire un ristorante e affidarlo in gestione al figlio, ma dovette arrendersi e rinunciare ai suoi progetti di fronte alla resistenza ed al pianto ostinato di Achille.
Vani saranno i tentativi dei genitori di distoglierlo dall’intenzione del sacerdozio, adducendo a pretesto la sua salute cagionevole e coinvolgendo anche il medico ed il parroco. La madre, proprio lei, prima di ricevere la tonsura, lo supplicherà di riflettere bene e di non temere di lasciare tutto, perché  suoi genitori e le sue sorelle lo avrebbero accolto a braccia aperte: saggezza ed equilibrio di madre semplice che non cerca onori per il figlio, ma solo la capacità di discernimento e la verità della sua vocazione per poter amare il mondo in un modo nuovo e per sempre.

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Mamma Albina non fa prediche pedanti al figlio, ma con raffinatezza psicologica gli ricorda una preghiera che lei ama tanto; l’impegno iniziale del seminarista di diventare santo e, di più, lo esorta ad aiutarla a diventare lei stessa santa, chiedendo il perdono e la prima assoluzione al figlio sacerdote, per aver commesso numerosi presunti errori nei suoi confronti, a causa della sua povertà di istruzione. Rivela così la sapienza del cuore; poi si eclissa in silenzio affidandolo a Gesù e Maria.

Albina soffrirà molto nell’anima e nella carne e su questo mistero umano della madre che soffre si innesta la spiritualità di don Achille che farà della croce redentrice di Cristo la sua forza pur nella sua debolezza: la vita fisica e la vita spirituale sono cominciate nel seno della madre.

Don Achille avrà con la madre un rapporto  così intenso da coinvolgere lei e tutta la famiglia nel dono totale di sé, poichè, se un sacerdote si offre, tutta la famiglia entra in questo dinamismo di donazione e ne gode i benefici spirituali.

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Sacerdote per tutta la Chiesa

Nella sua prima omelia, nella Chiesa di Montemerlo, riassunse tutta la sua vita giovanile e di seminarista e tracciò subito il programma della sua vita sacerdotale.
Nelle scelte riconobbe determinanti i passaggi dolorosi dal seminario minore di Thiene a quello Teologico di Padova, sempre obbediente, fino al Seminario di Rovigo, il più povero per vocazioni, dove vivrà tre anni di ottima salute e di gioia nello studio.
Affermò che le difficoltà suscitarono in lui consapevolezza del dono immenso del sacerdozio che fa di un uomo un rappresentante di Cristo, un mediatore tra Dio e gli uomini, il dispensatore dei divini misteri; e in questo evento di grazia sgorgò dal cuore una preghiera di lode a Dio e gli uomini, il dispensatore dei divini misteri; e in questo evento di grazia sgorgò da cuore una preghiera di lode a Dio perché aumentasse in lui la santità e la carità ed alla Vergine per impetrare tutte le virtù necessarie a fortificare la vita sacerdotale.
Fu certo che proprio in questo intreccio di prova e di gioia maturò in lui “l’ora della croce!
Lo chiameranno il prete che ha fretta perché non voleva perdere un solo minuto del tempo che Dio gli concedeva per dedicarlo alle anime. La sua era la fretta di Maria, che portava in grembo il Figlio di Dio, verso la cugina Elisabetta. Il contenuto dell’attività sacerdotale e missionaria di don Achille sarà: portare Gesù alle anime!

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Il primo incarico del Vescovo Guido Maria Mazzocco fu però in Vescovado come segretario e solo nei momenti di minor impegno come collaboratore nella parrocchia di Borsea. L’anno successivo fu nominato anche Segretario dell’ufficio Missionario.
Questo giovane prete ebbe il cuore aperto e la volontà decisa perché la missione diventasse occupazione quotidiana di ogni cristiano, come ricorda una testimone diretta, Ginetta Pagliarini che dice: le sue attività non sono mai state qualcosa di privato, di suo, ma della Diocesi e della Chiesa.
Don Achille missionario, però non andò mai in missione a causa  della salute fragile, ma capì che il missionario non è solo quello che parte e per questo si mise a lavorare con grande entusiasmo in diocesi per realizzare la vocazione che Gesù gli aveva messo nel cuore e che investiva tutta la sua vita, perché è questo che rende missionari nel senso pieno del termine anche se non è possibile realizzarla “geograficamente”.

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Maria Francesca, missionaria consacrata, ricorda che nelle visite alla parrocchie, metteva nel cuore di tante persone la passione per la missione; ogni persona, ruolo e situazione diventa l’occasione per vivere e far vivere la missione.
Don Achille nel 1947, ebbe la nomina a incaricato dell’erigenda parrocchia di S. Bartolomeo in Rovigo.
Manifestò subito le sue caratteristiche: la semplicità, la prudenza, un profondo rispetto per la libertà spirituale, la concretezza nella realtà, una squisita sensibilità di comprensione umana e cristiana e un cuore sempre aperto alla dimensione missionaria realizzata donandosi agli orfani, agli anziani, ai giovani e ai malati- Una testimone, Giannina Giunta dice: “Don Achille visse nascosto agli occhi degli uomini, ma con la sua sensibilità ha sempre vissuto il suo ideale missionario contagiando quelli che gli stavano attorno”.

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Pastore sugli orizzonti del mondo

Nel 1953 don Achille fu nominato parroco di Roverdicrè, periferia di Rovigo, e potè finalmente affrontare in prima linea il lavoro pastorale della guida diretta di una comunità, la piccola porzione del gregge in cui è presente il Corpo Mistico di Cristo.
Il suo spirito missionario gli fece scegliere come guida la pagina del Vangelo in cui Gesù si chiama Buon Pastore, rivelando il desiderio di realizzare la piccola porzione del gregge in cui è presente il Corpo Mistico di Cristo.
Il suo spirito missionario gli fece scegliere come guida la pagina del Vangelo in cui Gesù si chiama il Buon Pastore, rivelando il desiderio di realizzare in sé l’immagine del Buon Pastore pronto a dare la vita per le pecore. Non tardò a presentarsi all’orizzonte la Croce; nel tempo, la seconda domenica di Pasqua, morì mamma Albina e nella seconda scelta, festa di Maria Assunta, morì un cognato che lasciò la moglie, sorella di don Achille, con otto figli. Questi fatti dolorosi fecero nascere in lui la convinzione che Gesù lo volesse corredentore nella sofferenza, idea questa non ancora chiara nel linguaggio teologico del tempo.
L’inizio del suo lavoro spirituale in Roverdicrè avvenne il 12 settembre, festa del SS.mo Nome di Maria, che precede la festa dell’Esaltazione della Croce e dei sette dolori di Maria.
Espresse subito e chiaramente le sue priorità: amore alla Chiesa, tempio di Dio e amore alle anime, templi vivi del Dio vivo, predilezione per i bambini,  per i poveri, per gli ammalati e per i lontani dall’ovile. Verso i prediletti, gli ultimi, i deboli, gli indifesi, manifestò una profonda umanità improntata alla fede; li istruì per farli uscire dalla povertà più grande, l’ignoranza, rovesciò i criteri di giudizio e si oppose alla prassi efficientista che penalizza la fragilità.
Per non fare della sua parrocchia un “isolotto stagnante” cercò e curò i lontani dalla Casa del Padre perché non morissero di miseria e di fame spirituale.

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Il giorno dell’insediamento a Roverdicrè ringrazia la comunità manifestando la sua gratitudine e la sua felicità perché la festa preparata non era rivolta non era rivolta a lui don Achille, ma al sacerdote, al pastore4 di anime. Disse: “ non un uomo voi volete onorare con tanto entusiasmo, ma il ministro di Dio”. I particolari della sua vita “ordinaria” , i gesti, le parole e gli scritti rivelano i sentimenti dell’anima, le mozioni del cuore, lo spessore di una santità grande proprio perché vissuta nella ferialità dell’esistenza quotidiana. La sua spiritualità missionaria che si fa subito attività e genera opere, non è spiegabile attraverso titoli ufficiali ed impegni canonici, ma scaturisce da un cammino di umiltà e di amore, di silenzio e di contemplazione, di riconoscenza e di lode a Dio che orienta alla sequela ed alla preghiera e da senso al vivere per gli altri. Il suo progetto pastorale  si fondò su questa affermazione: per costruire l’amore cristiano e quindi la missione, non basta più vivere accanto agli altri, perché “uniti si costruisce, divisi si distrugge”.
Cuore del suo cuore sono i giovani della parrocchia che militano nell’Azione Cattolica e che sopportano le conseguenze del dopoguerra in una frantumazione di valori e di testimonianze senza precisi riferimenti. La prima azione del parroco educatore è di chiedere aiuto nel suo ministero soprattutto col buon esempio e con la preghiera. La preghiera rende docili alla croce e al sacrificio assunto per volontà di Cristo, il compagno indivisibile, inseparabile dell’apostolo. Nel suo ruolo di padre spirituale dimostra chiarezza di proposta evangelica e disponibilità a dare anche la vita perché i giovani diventino persone piene, cittadini e cristiani, adulti maturi.
Don Achille si trovò subito a confronto con la politica; per causa di forza maggiore, dopo una polemica avviata dall’ex sindaco di Rovigo, Morelli, fu coinvolto nella disputa fra democristiani e comunisti in Polesine a quel tempo politicamente rovente.

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In virtù del mandato missionario di Gesù agli apostoli, Don Achille richiama i fedeli al Vangelo, definisce peccato tutto ciò che è contrario alla Parola di Dio e si appella alla coscienza del cristiano, alla sua personale responsabilità ed alla coerenza della vita, dichiarando di non essere contro i lavoratori, né contro i poveri, ma contro gli atei ed i materialisti.
Oggi che non esistono più i democristiani ed i comunisti organizzati politicamente, ma dilaga l’ateismo e il materialismo, le sue parole acquistano una gigantesca dimensione profetica.
Il mite pastore rivela una forza d’animo eccezionale, capace anche di diventare uomo di battaglia se necessario.
Dei nove anni trascorsi a Roverdicrè le celebrazioni mariane che costituivano il perno di aggregazioni di tutta la comunità, le iniziative di attività prescolare nell’ambito dell’asilo che divennero uno strumento educativo molto importante, il doposcuola e l’animazione estiva dei ragazzi.
Pierina, oggi missionaria consacrata, ricorda il suo stupore davanti all’ars celebrandi di don Achille che le insegnò la profondità della preghiera legata all’Eucaristia; il coinvolgimento pastorale dei ragazzi e dei giovani per i quali la canonica era la seconda casa; le visite alle famiglie, in solitudine senza il sagrestano che lo accompagnava e raccoglieva polli e salami e quant’altro, per dar modo ai fedeli di confidarsi e così stabilire un rapporto di fiducia reciproco; la preghiera del rosario missionario con i cinque colori dei Continenti, l’intronizzazione della statua della Madonna nelle case come segno di benedizione; la costruzione del capitello alla Vergine davanti al quale tutta la comunità si raccoglieva l’ultima domenica di maggio: L’aspetto più delicato della sua pastorale era però stare accanto alla persona nell’ultimo tratto di strada della sua vita. Era una catechesi sull’al di là.
La piccola porzione di gregge che il Signore gli aveva affidato fu ed è ancora riconoscente verso il suo pastore per aver portato la Parola della luce, del conforto, del perdono e di aver cercato solo il bene della anime.

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LA MISSIONARIETA’ DI DON ACHILLE

Il sacerdote don Achille, nel suo ministero pastorale, considerò la missione come la vera e reale identità della comunità parrocchiale. Con il cuore e la mente contemplò, pregò e realizzò opere ispirate alla dimensione missionaria della Chiesa che ne costituisce la natura intrinseca.
Oggi la missione primaria è nelle nostre comunità umane in cui far rinascere la fede. La pastorale missionaria consiste nel rendere evangelizzatrice tutta la comunità cristiana evangelizzata, mediante la Parola, della celebrazione dei misteri vivendo le esigenze cristiane e i servizi della carità.
Pertanto occorre individuare i criteri di giudizio, i valori, il pensiero e i modelli di vita dell’umanità in contrasto con la Parola di Dio. Le realtà da considerare sono il mondo dei mass_media, l’impegno per la pace, lo sviluppo e la liberazione dei popoli, i diritti dell’uomo e dei popoli, la difesa della vita.
Don Achille sostenne con forza l’idea che la missione, prima di essere un’attività è un preciso modo di essere della Chiesa stessa che esiste solo per realizzare il progetto di salvezza di Dio, quindi una Chiesa al servizio degli altri.
Come Direttore del’ufficio Missionario concretizzò l’anelito missionario organizzando convegni parrocchiali animati dalle Zelatrici Missionarie che furono l’embrione iniziale delle Missionarie della Redenzione. I missionari prima di partire celebravano nella parrocchia del direttore dell’Ufficio Missionario. Pierina ricorda che la sua vocazione missionaria è nata in questo contesto di preghiera, di contemplazione ed impegno missionario dentro la vita quotidiana. Don Achille insegnava che si era missionari dove il Signore ci metteva e per questo era importante scoprire la volontà di Dio sulla propria vita, poiché la vocazione non è altro che il senso profondo della vita.
Egli espresse tutto questo nella sua vita sacerdotale, il suo cuore era spinto verso il cuore di Cristo e riversò questo amore e questa passione nel cuore dei suoi parrocchiani e di tutte le persone che incontrava. Don Antonio Molletta, direttore dell’Ufficio Missionario di Padova dal ’49 al ’97, ricorda che lo spirito missionario di Don Achille fu come il seme del Vangelo, un albero dove gli uccelli vanno a nidificare.

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Nelle visite pastorali assieme al Vescovo, don Achille, vide il bene delle comunità pastorali ma anche il deficit spirituale; i coniugi Sara e Livio Crepaldi testimoniano la concretezza delle iniziative pastorali del sacerdote, il quale non operava in toccata e fuga ma si preoccupava di creare stabilità e continuità negli impegni perché la missione non è occasione di volontariato, ma scelta di vita.
Costituì un centinaio di commissioni missionarie parrocchiali, istituì il Convegno missionario diocesano annuale, organizzò giornate di spiritualità missionaria nella città di Rovigo, esercizi spirituali missionari a Villa Tabor a Cesuna creando una forte passione per la missione. Alle giovani zelatrici in formazione indicò le fonti di un autentico spirito missionario; l’enciclica Redemptoris Missio  e il documento Ad Gentes riguardo alla natura missionaria della Chiesa. La cooperazione missionaria e gli impegni dei cristiani la cui carità si allarga agli ultimi confini della terra.

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Operatore Missionario secondo il Concilio Vaticano II

Don Achille, già molti anni prima del Concilio, diceva che l’essere cristiano andava coniugato con l’essere missionario. Si sentì sempre padre e pastore; vissa profondamente la dimensione missionaria del suo sacerdozio fino all’ultimo istante della sua vita.
Il sacramento dell’ordine rende i sacerdoti partecipi del sacerdozio di Cristo e della universale missione di salvezza affidata agli apostoli.
Il fondamento ontologico per la missione è la configurazione a Cristo e la nuova evangelizzazione esige dei sacerdoti radicalmente ed integralmente immersi nel mistero di Cristo e capaci di realizzare un nuovo stile di vita pastorale.
Queste sono le virtù di fede e la teologia che hanno animato il cuore missionario di don Achille e lo hanno portato a scelte radicali e definitive e alla fondazione della Missionarie della Redenzione.
Aveva ben compreso ciò che il Concilio aveva chiarito riguardo alla missione ad intra e ad extra: “Il compito della Chiesa è unico ed identico in ogni luogo e in ogni situazione anche se, in base alle
circostanze, non si esplica allo stesso modo….. le differenze nascono dalle condizioni dei popoli, dei gruppi o degli uomini a cui la missione è indirizzata”  (Ad gentes e Redemptoris missio). Vanno perciò riconsiderati l’annuncio, la predicazione, la catechesi, le scelte pastorali e i ruoli del presbitero e del fedele laico.

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D-Achille aveva messo L’Eucaristia al centro della vita parrocchiale, intuendo ciò che i Vescovi hanno proposto: di costruire eucaristicamente la Chiesa, perché è nell’eucaristia che si realizza la massima unione del Verbo con l’umanità.
Un’altra aspirazione pastorale di Don Achille fu di favorire esperienze di vita personale nella partecipazione alla vita della città, portando una testimonianza evangelica, andando incontro agli altri e suscitando fede e speranza con mitezza e bontà di cuore. Il suo modello fu Maria, come a Cana quando riconosce le necessità della situazione umana e come ai piedi della croce quando si offre diventando Madre della nuova umanità.
Le testimonianze di Ginetta Pagliarini, D. Rossano Marangoni e mons. Valerio Valentini riconoscono in don Achille un cuore sacerdotale missionario che, anche se non partì mai, partiva ogni giorno con decisione e passione sulle strade dell’uomo per condurlo sulla strada di Cristo, via verità e vita.

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Una passione singolare per le Pontificie Opere Missionarie

Don Achille si prodigò per far conoscere le Pontificie Opere Missionarie nel loro carisma di universalità della missione, della cooperazione e animazione missionaria, aiutò i seminaristi con l’adozione e le borse di studio e curò il tema della missione sul settimanale diocesano “La Settimana” con scritti efficaci e coraggiosi, senza fronzoli letterari che vanno dritti al cuore.
Il suo privilegiare il valore spirituale della sofferenza offerta ne fa un precursore di questo movimento fondamentale per la missione.. Chi soffre e porta cristianamente le propria croce e aiuta gli altri a portarla ha la possibilità di operare per la salvezza del mondo.
1. Achille scriveva: Grazie a Dio nella nostra diocesi ci sono delle anime che con cuore generoso sanno offrire a Dio le loro sofferenze per l’evangelizzazione del mondo.
Organizzava il mese di ottobre come Mese Missionario ponendo al primo posto la preghiera, poi il ringraziamento a Dio per il dono della fede e ai missionari per la diffusione del messaggio evangelico a nome di tutti.
L’entusiasmo di Don Achille era noto alla Direzione Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie perché incoraggiava a continuare nel servizio della missione universale della Chiesa che aveva le radci nella Chiesa locale.
Don Achille diede vita, in Diocesi, al movimento giovanile con il nome di “Giovani per la missione” organizzando incontri formativi e attività operative il tutto centrato su Cristo che chiama sempre nuovi discepoli.

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Il sogno missionario di don Achille: La famiglia Missionaria della Redenzione

Fin da seminarista nel cuore di Don Achille albergava un sogno. Neanche tanto nascosto, una meta a cui tese per tutta la vita: fondare una famiglia di persone che, come lui, si consacrasse alla missione universale della Chiesa a partire da quella locale e dalla comunità parrocchiale. Per realizzarlo ha percorso un cammino di fatica nel silenzio e nella tentazione del deserto, ma anche gioioso per l’instancabile attività evangelizzatrice.
Il sogno è posto prima nelle mani di Cristo e di Maria, poi nella preghiera e nella sofferenza dei malati, cioè nel segno della croce, che è quello della Redenzione.
Tutto nasce nel 1946, alla fine della II guerra mondiale nello scantinato del Vescovado di Rovigo, scelto come rifugio antiaereo. Lì prese corpo l’intenzione di costituire il gruppo di collaboratrici missionarie. La prima fu Teresa Rizzo di carattere forte, ma sensibile, giovane catechista del Duomo di Rovigo, responsabile dell’Azione Cattolica, sezione Aspiranti, originaria di Villanova di Camposampiero (Padova). Aderì alla proposta  di don Achille con grande convinzione ed entusiasmo. Era la prima donna che metteva piedi negli uffici della Curia Vescovile!
L’inizio della fondazione segnò uno stile di vita coraggioso che affrontava difficoltà, ma anche discreto perché la carità è sempre silenziosa.
Don Achille taceva e andava avanti, facendo suo il motto, Sempre avanti! della giovane martire polesana Maria Chiara Nanetti, proclamata santa il 1° ottobre 2000.
Teresa fu il braccio ed il cuore del movimento missionario polesano, visitò con don Achille tutte le parrocchie per fare capire la necessità e l’urgenza di aiutare i missionari.
Nel 1960 il Vescovo Mons. Guido M. Mazzocco eresse il gruppo in Pia Unione Zelatrici Missionarie. D. Achille fu pure attento alle giovani che si preparavano al matrimonio sviluppando il loro impegno alle missioni anche nell’educazione dei figli, tanto da dare vita al gruppo Famiglie per la missione. Nel 1983 il Vescovo Mons. Giovanni Sartori su indicazione di don Achille  mutò il nome con “Missionarie della Redenzione” e con il Vescovo Mons. Lucio Soravito  prese il nome di “amiglia Missionaria della Redenzione”. Alla famiglia sono associati i Missionari laici, coppie di coniugi, giovani che formano il gruppo Famiglie per la missione.

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Le Missionarie della Redenzione nel mondo

Il Vescovo Mons. Giovanni Sartori invitò la Missionarie della redenzione ad andare in Brasile dove operavano i sacerdoti “fidei donum” della diocesi.
Il 14 luglio 1988 Carla Bagatin e Letizia Masiero, dopo la formazione  al CEIAL di Verona, partirono per la parrocchia di Condeuba, diocesi di Caetitè (Bahia-Brasile) dove svolsero la loro attività evangelizzatrice nella catechesi, nella pastorale vocazionale, dell’educazione e nella pastorale per i bambini. I primi passi delle Missionarie sono stati quelli di guardare, ascoltare, staccandosi anche dalla loro formazione e tradizione europea. Con discrezione, ma determinate e aiutate da don Tiziano Crepaldi cercarono di inserirsi nella vita dei poveri e con spirito nuovo, capire i valori che avvicinavano alle persone scoprire il senso dell’accoglienza e del rispetto reciproco.
In questo difficile cammino, le missionarie furono sempre sorrette, incoraggiate, accompagnate da don Achille che fu per tutte un vero padre, colui che pensava ogni giorno, pregava per loro, le consigliava con intelligenza e ringraziava Dio per averle scelte come primizia per la salvezza, simili al Cireneo per Gesù sulla via del Calvario, dicendo: Nella croce la vita, nella croce la robustezza della mente, nella croce il compendio delle virtù, nella croce il compendio della santità.

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In Africa

Il primo amore missionario di Don Achille fu l’Africa, fin dal 1967, quando incontrò Mons. Andrea Makarakiza, vescovo di Ngozi in Burundi in visita all’Ufficio Missionario Diocesano di Rovigo, nacque così il desiderio di creare un servizio missionario fra le due Chiese sorelle. Già don Achille aveva adottato con la Pontificia Opera del  Clero  Indigeno un giovane  seminarista burundese per condurlo fino al sacerdozio don Jean Bosco.
Oggi don Jean Bosco racconta: Nel 1984, al primo anno di teologia. Fui adottato da don Achille che mi chiamò sempre, con un amore particolare, suo figlio!. Quando il mio Vescovo mi mandò in Italia a studiare economia e commercio, volli conoscere il mio benefattore e trovai in Don Achille un sacerdote che soffriva, pregava per coloro che erano nel bisogno materiale e spirituale. Pensava di mandare le sue Missionarie in Burundi, ma la guerra lo impedì…e fu il Burundi a venire in Italia nella persona di Lucia, sorella di don Jean Bosco, malata e bisognosa di cure. Lucia si è trovata bene nella comunità delle Missionarie e, guarita, chiese di fare un cammino di discernimento vocazionale. Nel gennaio 2002 tornò nel suo paese come Missionaria portando il carisma delle Missionarie della Redenzione in Burundi.
Don Jean Bosco tornò dai suoi seminaristi in Burundi nel 1997, in piena guerra fratricida e perseguitato da minacce di morte. Oggi testimonia che la sua vita è salva per miracolo e per le preghiere del suo padre spirituale, Don Achille.
In una situazione di estrema povertà ed emergenza sanitaria, le Missionarie della Redenzione hanno portato le loro tende e seminano il seme del vangelo e della vita umana. Oggi sono una cinquantina le Missionarie consacrate e in formazione.
Hanno iniziato con le adozioni a distanza, accogliendo bambini rimasti senza famiglia a causa della guerra, costruendo la scuola materna, la scuola elementare, la scuola media  un Centro giovanile per l’accompagnamento dei giovani nel gioco, nello studio e nell’ascolto.

Il carisma: Animazione, Cooperazione, Ecumenismo

L’animazione e la cooperazione missionaria hanno il fine di far prendere coscienza al battezzato di essere missionario e di conseguenza di impegnarlo a collaborare nella responsabilità per la missione universale della chiesa e per l’evangelizzazione.
Un membro del Gruppo Giovanile afferma: “Don Achille nelle sue iniziative missionarie, comprendeva anche la raccolta di fondi finalizzati non solo agli aiuti, ma soprattutto a suscitare il vero senso del nostro essere cristiani”.
Scriveva sul settimanale diocesano- La Settimana-: I mezzi materiali, per quanto necessari , non sono né la principale, né l’unica forma di cooperazione. Quello che invece maggiormente conta è l’amore per le anime, la preghiera per la loro salvezza e soprattutto la sofferenza ispirata dalla carità”.
Una costante della vita di Don Achille fu l’attenzione ai segni dei tempi che evidenziano  forme nuove di cooperazione missionaria, come il turismo internazionale che è occasione di arricchimento culturale interreligioso, le visite alle missioni fatte dai giovani che portano aiuto, testimonianza di vita…
Ma per don Achille la missione esigeva l’unità fra i cristiani, perché il messaggio evangelico fosse incarnato nella storia dell’uomo e quindi credibile. Per lui l’ecumenismo era il principio fondamentale della missione…
Pose a fondamento del carisma ecumenico della fondazione della Famiglia Missionaria l’insegnamento di Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ut unum sint.

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I modelli di santità missionaria per don Achille

Do Achille nutrì la sua spiritualità e la sua missionarietà con riferimenti costanti a modelli per lui eccezionali ed efficaci ed in modo particolare Santa Maria Chiara Nanetti, missionaria polesana martirizzata in Cina il 9 luglio 1900, dalla quale assunse il motto: sempre avanti!
La storia, la figura e soprattutto il martirio di S. Maria Chiara rinforzò la spirito missionario di don Achille.  Diceva che il martirio è dono di Dio, non si improvvisa, ma richiede un lungo cammino di santità.
Il secondo modello fu la Beata Maria Gabriella Sagheddu che offrì la propria vita per l’unità dei cristiani e ispirò il carisma ecumenico della Famiglia Missionaria. Ci insegna che l’ecumenismo si fa prima di tutto con la preghiera, il desiderio della santità, l’esistenza quotidiana  facendo di sé pane di Eucaristia, offrendo quel poco che siamo e che abbiamo.
Altre devozioni furono per don Achille la venerabile Pauline M. Jaricot fondatrice della Pontifica Opera della Propagazione della fede, che presto verrà proclamata Beata da Papa Francesco.
Fu molto devoto anche a San Luigi Gonzaga, a S. Giuseppe, a Santa Teresa del B.G. e alla prima missionaria del Figlio, Maria la Madre di Dio.
In cuor suo stabilì un legame indissolubile far Eucaristia,  Maria, Missione, indicando come segno le parole “fatte quello che Lui vi dirà”, pronunciate alle nozze di Cana.

Don Achille: un testimone per la Chiesa e la sua missione

Giovanni paolo II definì la santità “misura della vita cristiana ordinaria” e tutta la molteplice attività di Don Achille fu imperniata sell’esigenza della santità sostenuta dalla preghiera e dal sacrificio e indirizzata sempre e soltanto alla missione.
Come sacerdote portò devozione, rispetto e obbedienza ai suoi Vescovi, cercò sempre la comunione con i fratelli sacerdoti senza distinzione d’età, anzi privilegiando i fragili, e i più anziani anche a costo di incomprensioni.
Nei confronti di Dio visse la Fede che fu vera compagna della sua vita, la Speranza che illuminò i suoi ultimi giorni, la Carità che gli permise di vedere ogni giorno la volontà del Signore e sperimentare la serenità nell’abbandonarsi a Lui.
Nei confronti degli uomini manifestò la semplicità che metteva a proprio agio l’interlocutore, la pietà fondata sulla meditazione biblica e sull’adorazione eucaristica, la cordialità che diventava subito disponibilità, fraternità, accoglienza e la missionari età del cuore orante che non poteva partire.
Dalle testimonianze emerge un prete sereno nella preghiera e nella vita interiore davanti a Gesù Eucaristia: nelle Messe pregava per il S. Padre, per l’unità dei cristiani, per le vocazioni, per i missionari, per le persone ammalate; fu umile e paziente, un sacerdote “altro Cristo”, un uomo di preghiera grande nell’ordinarietà della vita.
Amò la Chiesa, ma soprattutto le persone, fu maestro per i giovani ai quali proponeva la figura di Pier Giorgio Frassati, fu guida all’educazione umana e cristiana.
Don Achille fu uomo provato da sempre dalla croce e in essa vide l’occasione per non sciupare il dono redentivo della sofferenza e del dolore. Era fermamente convinto che le sofferenze umane  unite a quelle di Cristo portavano benefici alla Chiesa e così dava senso missionario alla Chiesa alla vita di chi nell’infermità e nella malattia.
Scriveva: “Quando in qualche luogo entra Gesù, vi entra con la sua croce, con le sue spine e dei suoi dolori fa partecipe chi ama. Quindi prepariamoci alle croci e alle tribolazioni”.
Morì all’alba del 9 gennaio 1988, proprio il giorno della nascita di Santa Maria Chiara Nanetti. Uscì di sena silenzioso e discreto orante e sorridente, come era vissuto.
Un testimone.

Chi desidera  approfondire la vita di Don Achille può chiedere il libro “Il missionario che non partì mai” di Padre Giuseppe Buono

 

 

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